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Giornale on line registrato al Tribunale di Pavia n. 2/2016

La Malaeducaciòn dell’arte

Foto La Malaeducaciòn dell’arte

OPINIONI

Be polite, please. No noi non saremo “polite”... anzi. La grande arte, quella che ogni giorno riempie i musei e gli spazi espositivi di tutto il mondo non può permettersi il lusso di esserlo perché per mantenere la sua funzione primaria deve essere urlante (proprio come “Il Grido” di Edvard Munch), deve colpire come un proiettile al cuore, tagliente come la lama di una katana. L’artista è un mascalzone che vi coglie di sorpresa con un pugno allo stomaco e vi guarda spietato dicendovi “apri gli occhi, questo è il mondo in cui viviamo”. La maleducazione dell’arte è un fatto innegabile e il quadro protetto dalla tranquilla reverenza della sala museale, vi afferra per la gola regalandovi visioni che lusingano ed incantano ma anche che mettono a dura prova il vostro equilibrio ed il vostro sangue freddo. Lasciate ogni speranza voi che... pensavate, che entrando nei silenziosi e poco affollati (ahimè) musei, di trascorrere un paio d’ore, lontano dal freddo e dalla pioggia battente dell’inverno, al calduccio comodi comodi, perdendovi nelle epoche passate. La comfort art non è arte. Punto. Tutti i grandi autori del passato che noi oggi definiamo “classici” nel loro contesto hanno smosso le acque e sono stati in prima linea per difendere il diritto di passaggio della Novità che avanzava in mezzo al fuoco nemico dei conservatori. Caravaggio, Van Gogh, David o Picasso erano il Futuro che avanzava, che cercava inesorabilmente di spazzare via il vecchiume che li circondava. Non era più semplice percorrere la strada già battuta, il cui fine dell’arte era quello del procurare piacere estetico? Questo se ci pensiamo bene è riduttivo. L’arte deve colpire i sensi, deve stupire e sorprendere e soprattutto deve ridare senso alle esistenze svuotate di significato in cui gli orrori sono divenuti ordinaria amministrazione. Ecco la svolta da esteta morale e moralista l’arte conquista il suo ruolo di ridare vita al Frankenstein dell’arte. Ci si allontana dal conosciuto e si esplorano spazi ignoti. L’artista come un Capitano Kirk che prende una via nuova ma non sa bene neanche lui dove arriverà ma sa solo una cosa... ha bisogno di quella dose di unknown se no la sua esistenza non ha scopo. Nasce così l’astratto... L’uomo si allontana dalla riproduzione fedele della realtà (quello ora è compito della fotografia) e scientificamente sonda le geometrie ed i volumi. La scienza non è la risoluzione dei problemi umani, il problema è insito nell’uomo e nel suo rapporto con quello che lo circonda. E l’arte cambia ancora definizione e viene utilizzata come seduta psicoanalitica, come uno strumento che ci mette in comunicazione con le nostre paure più profonde. E ce le fa comprendere... Il potere esorcizzante e taumaturgico dell’arte. Il dipinto ci dice qualcosa su come è il mondo, è una fonte di saggezza eterna che ci suggerisce come stare nella nostra pelle. Ecco a cosa serve l’arte. A porci delle domande? E sono le domande la parte più interessante, non le risposte. L’arte fa paura. Ha un potere inconscio di trascinare le masse. È pericolosa e quindi va occultata in modo che non sprigioni il suo messaggio rivoluzionario. Ma l’artista riesce sempre a vincere, lui o le sue opere, perché non si può fermare il vento del cambiamento. Un’ultima cosa dedicata a te, proprio a te, che stai leggendo queste righe... Non essere prigioniero della solita routine. Davanti ad un quadro lasciati trasportare dai suoi colori, dall’energia del gesto pittorico che l’artista ha impresso sulla tela. Lascia che il tuo sguardo sia invaso dal trip cromatico e rifletti. Perché l’arte è davvero l’unica cosa che ci rende vivi. Umani esistenti oggi che guardano al passato con riconoscenza e protesi con speranza e vigore verso il futuro.

14/12/2018

Paola Doria

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