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Giornale on line registrato al Tribunale di Pavia n. 2/2016

CHI CENSURERA' I CENSORI DEI FILM DISNEY?

Foto CHI CENSURERA' I CENSORI DEI FILM DISNEY?

OPINIONI

Chi censurerà i censori? La Disney, la fu grande fabbrica dei sogni, ora colosso semi monopolio che fagocita universi fumettistici e spaziali per puro marketing, sta mettendo bavaglio e manette a molti dei suoi grandi classici con l’accusa di essere offensivi verso determinate culture e non rispettare la parità di genere. Premetto che sono favorevole a tutte quelle iniziative che promuovano la parità e che esaltino le differenze tra le culture per intraprendere la strada del rispetto e della comprensione. Questo a patto che siano fatti in maniera intelligente, con spirito di causa e che siano contestualizzati nel mondo in cui viviamo. In un’epoca in cui la creatività stessa è messa al bando in favore di remake e minestroni vari di sicuro appeal per il pubblico (perché già testati) e quindi sicuri incassi di merchandising, distribuzione e botteghino, il colosso dei film per tutti sta effettuando già da qualche tempo rifacimenti, spesso in live action, dei suoi più grandi classici. Rinfrescando l’abito ai suoi film di punta, mira, attraverso una grafica più accattivante per il mondo moderno (questo è tutto da vedere, il cartone animato vecchio stile ha tutta un’altra magia), ad attirare il pubblico dei più piccoli di oggi insieme agli affezionati già più o meno cresciutelli… una fetta di torta – mercato più grande di quella dei soli bimbi che aveva una volta, non vi pare? Ma i classici, appunto perché classici, dovrebbero essere toccati il meno possibile, nel rispetto della storia iniziale. Invece la Disney si autocensura in favore di una pseudo ritrovata coscienza della parità: dico pseudo perché queste censure fuori luogo e contesto tolgono significato e“scintillio” al film originale (che già perde nel remake gran parte del suo splendore, che senso ha fare nuovamente una cosa già fatta?) e, lasciano l’amaro in bocca a chi conosceva le sue versioni “old” insieme allo sconcerto del capire cosa davvero ci sia di sbagliato in certe scene da essere censurate. Un po’ come se si facesse una versione “nuova” dei “Promessi Sposi” in cui l’Innominato diventa un gangster della mafia, Lucia una indiana vestita stile Bollywood, Renzo un rapper afroamericano e Don Abbondio un santone di qualche setta “alternativa”.
Ma prendiamo la nostra Topomacchina e guidiamo serenamente tra i tortuosi ma rassicuranti sentieri dei remake con censure per il quieto vivere.
Partiamo con “Dumbo”, regia di Tim Burton (sì lo stesso animatore “sfigato” che lavorava a “Red e Toby” per la Disney, poi ribellatosi facendo capolavori e poi pentitosi, ritornando alla Disney, imbrigliato come non mai, forse per bisogno impellente di vil denaro. Aveva giurato odio eterno alla Disney o sbaglio? Ma “pecunia non olet”…). “Dumbo” non è stato “cambiato” per via delle sue enormi orecchie ma per la strofa di una canzone: “E poi quando veniamo pagati buttiamo via tutti i nostri soldi”, secondo la Disney grave mancanza di rispetto alla memoria degli schiavi afroamericani nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti. Il rispetto verso un popolo che ha molto sofferto è certamente dovuto ma Disney dimentica che negli anni in cui è ambientato “Dumbo” esisteva davvero la schiavitù. Invece di censurare fatti storici, seppur tremendi, forse sarebbe stato meglio aggiungere delle battute a qualche personaggio per far capire che la schiavitù esisteva ma era sbagliata.
Venne poi il remake di “Aladdin” regia dell’ex di Madonna (prestato al commerciale) con Will Smith nei panni del Genio. Doppiaggio buono ma incomparabile a quello del mitico, gigante, Gigi Proietti. Anche qui è passata la censura: si parte già “bene” censurando la canzone iniziale, “Le notti d’Oriente”, in cui si definiva “barbarie” il caldo dei luoghi in cui è ambientata la vicenda. Colpa loro se sono più vicini all’Equatore di altri Paesi? Funziona il fatto che il personaggio di Jasmine sia una figura femminile più emancipata che non ha più come solo scopo l’amore ma ereditare il trono del padre e governare giustamente. Ma Jafar, il vero cattivo, è un po’ fuori allenamento e la regia Disney non solo gli ha affidato un ruolo un po’ più di contorno ma ha anche rivisto e tagliato molte delle strofe delle canzoni del Genio. Quando Aladdin entra al Palazzo reale sono spariti ogni riferimento alle “schiave mai stanche” e al siparietto del Genio che imita un po’ Don Vito Corleone. Peccato quello faceva davvero ridere…
Fino a qui sembra salvarsi dalle tirate d’orecchie solo “Il Re Leone” fedelissimo all’originale e ancor più spettacolare degli altri, allo stesso livello qualitativo della sua versione animata.
Dopo le stelle si precipita subito nelle stalle di “Lilli e il Vagabondo” (remake). Questo film merita un paragrafo a parte perché è quello in cui la censura ha tagliato e rivisto più cose: è talmente diverso dall’originale da avermi fatto desistere dalla visione (e per un film Disney ce ne vuole). Partiamo dai gatti siamesi della versione originale: un siparietto comico con due gatti dispettosi dalle chiare fattezze e voci orientali che mettono a soqquadro la casa per far cacciare la cagnolina Lilli. Questi sono stati totalmente cancellati in quanto rappresentano il popolo cinese in maniera stereotipata. Di male “sti due poveri gatti” non dicono o fanno nulla, hanno solo una “l” pronunciata e gli occhi a mandorla… e allora? Sono due caratteristiche che non connotano negativamente gli orientali ma solo un dato di fatto. E che i due gatti in questione siano cattivi … beh l’intento di zio Walt non era certamente di dire che i cinesi erano cattivi bensì di dare una personalità a questi personaggi, gatti siamesi originari dell’Oriente caratterizzati con fattezze e voci facilmente riconoscibili come orientali per i bimbi. Che dire del dottore e della coppia Tesoro e Giannicaro (i padroni di Lilli)? Il medico è orientale con vestiti tipici occidentali dei primi Novecento (periodo in cui si svolge la vicenda) cosa impensabile per l’epoca. Ci saranno stati pure orientali in Occidente ai primi del Novecento ma questi solitamente vestivano, quasi sicuramente, abiti tradizionali del loro luogo di provenienza e saranno stati pure medici ma curavano pazienti della propria etnia con la loro medicina tradizionale. E la coppia di padroni di Lilli? E’ stata rappresentata come una coppia mista: lei afroamericana e lui caucasico. All’epoca non esistevano coppie miste, gli afroamericani erano per lo più servitori degli occidentali.
Il punto è questo: è giusto in un contesto come quello moderno far capire ai ragazzi che essere di etnie diverse o avere delle proprie peculiarità non è sbagliato. E’ giusto essere inclusivi ma non a tutti i costi, almeno secondo il mio parere. Che le fatine Winx abbiano provenienze geografiche e culture diverse e che nel remake in fiction ora su Netflix una di esse (Flora) sia stata rimpiazzata dalla cugina Terra (più insicura e rotondetta) è giusto ed è contestualmente accettabile perché restituisce un messaggio di inclusività molto forte. Ma sarebbe sbagliato inserire personaggi afroamericani in un film western ambientato nell’Ottocento. Oppure, per portare un altro esempio, come se in un film sugli Antichi Romani ci mettessero un orientale, un indiano d’America, un Maya ed un afroamericano ad interpretare il senato.
Dalla regia mi dicono che nel cartone animato “Aristogatti” è stato censurato anche lì il “gatto cinese” in nome del “politically correct”: troppo stereotipato, dicono dall’alto. Che poi se guardiamo bene in quel film c’era un po’ di tutto a livello di stereotipi: il gatto “italiano” con la fisarmonica, il russo con l’accento molto fortemente stereotipato, il gatto nero, quello un po’ alternativo stile anni Sessanta… Però ci siamo scomodati solo per il gatto “cinese” perché di far arrabbiare, ad esempio, gli Italiani rappresentati con forte accento meridionale (in questo nulla di male eh), sempre furbacchioni e solo “pizza, mafia e mandolino” non frega nulla a nessuno.
Infine ecco arrivare sugli schermi “Mulan” (remake): scompare il personaggio del draghetto - mascotte Mushu perché, anche qui, troppo stereotipato. Il mini dragone cinese è una figura, nell’originale, un po’ comica ed impacciata. In Cina il drago è considerato un animale mitologico degno di rispetto e reverenza, simbolo di forza e saggezza quindi nella versione live action è stato eliminato per non offendere il popolo cinese e le sue tradizioni, non svilendo la figura del drago mai simbolo di insicurezza e inaffidabilità.
Cara Warner Bros, alla luce di tutte queste censure nel nome della “pace nel mondo” proporrei di imporre a Clint Eastwood di autocensurarsi nel film “Gran Torino” quando chiama i vietnamiti “musi gialli”.
Questo “revisionismo storico” dei film non porterà nulla di buono perché dove non c’è intelligenza di inserire film e situazioni in un contesto storico definito, c’è solo totalitarismo. E parafrasando il vecchio zio Walt concludo dicendo: “La censura è la più importante esportazione d'America”.

29/01/2021

Paola Doria

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