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CANELLI: i diSegni ed il colore di GINO VERCELLI al Salone Riccadonna fino al 1 novembre

Foto CANELLI: i diSegni ed il colore di GINO VERCELLI al Salone Riccadonna fino al 1 novembre

INTERVISTE

Accendo il mio lettore cd preistorico ed infilo il “The best of” dei Depeche Mode, track: “Enjoy the Silence”… chiudo gli occhi per vedere il buio colorato della melodia e li apro solo quando sento la voce vellutata di Dave Gahan pronunciare la parola “words”… Parole che, come i colori delle opere di Gino Vercelli, emergono pian piano in superficie, sovrapponendosi, abbracciandosi e creando forme, danzando al ritmo della musica. La musica che ha il potere di unire ciò che è diverso, di sperimentare nuove combinazioni e di far emergere qualcosa che fino a quel momento era rimasto nascosto sotto un velo, in attesa del momento perfetto per rivelarsi. Come il segno ed il colore di Gino Vercelli che a volte fa riposare un po’ la matita del fumettista e ci stupisce con opere di colori saturi di vita.
Le sue creazioni saranno visibili da venerdì 16 ottobre presso il Salone Riccadonna di Canelli: un percorso dall’arte del fumettista all’arte della riscoperta attraverso le ultime sue opere nate in seguito al periodo del lockdown. La mostra è organizzata da Barbara Brunettini e Stefano Sibona di “Fuoco e Colore – Il Segnalibro” con la collaborazione di Visit Canelli ed il patrocinio del Comune. Gino Vercelli, classe 1961, originario di Mombercelli, dove ha sede anche il suo studio, è noto soprattutto per la sua attività di fumettista presso la Sergio Bonelli Editore firmando le avventure di Martin Mystère e Jonathan Steele (tra gli altri) e di insegnante presso l’Accademia di Belle Arti di Asti e fondatore della Scuola di Fumetto sempre ad Asti. Parallelamente al suo lavoro Gino Vercelli ha sempre sentito l’esigenza di esprimersi in altro modo ma non era mai il modo o il tempo giusto. Invece questo periodo, che per molti è stata una prigionia, gli ha permesso di levare quell’ultimo strato di “ma sì, più avanti” e di dare libero sfogo alla sua creatività con forme e colori per lui nuovi.
Dai fumetti all’arte contemporanea... come e quando è avvenuto questo passaggio?
Il lockdown a me ha fatto bene, anche se naturalmente era meglio per il mondo che non ci fosse stato. Ho sempre fatto fumetti da quando sono nato, mi ha subito colpito questa forma di espressione e di arte. Quest’anno è un bel traguardo: faccio quarant’anni dalla mia prima pubblicazione però negli anni c’era sempre stata un’idea sopita di fare qualcosa di diverso con altri supporti e con i colori. Trovare un modo diverso di esprimermi con mezzi e dimensioni differenti, visto che nel fumetto si utilizzano misure piccole. Volevo allontanarmi dal figurativo che era il mio lavoro e lasciare la costrizione del rappresentare qualcosa in maniera “seriale” tipica del fumettista che deve sottostare ad certe regole. In questi ultimi anni poi ho vissuto un cambiamento interiore, un percorso di introspezione che poi mi ha portato a pensare a cosa fare di diverso da quello che è il fumetto. A marzo io e la mia famiglia ci siamo trasferiti da Asti a Mombercelli nella casa che era di mia madre dove ho lo studio e mi sono ritrovato in questo paese, in una situazione del tutto nuova, quella della pandemia, e ho pensato che almeno con l’arte avrei potuto uscire fuori, viaggiare, andare in posti nuovi. È scattata questa cosa di dover esprimermi in diversi modi e potermi liberare attraverso la mente e l’arte. La produzione che si vedrà alla mostra è quasi esclusivamente riferibile al periodo che va da marzo ad oggi però non mancano opere legate al mio primo amore, il fumetto.
Lei utilizza la tecnica del dripping in cui l’azione dell’artista ha una grande importanza... come nasce una Sua opera?
Premetto che l’utilizzo del dripping, ovvero il far gocciolare il colore, è una partenza. Per quanto riguarda l’arte moderna i miei amori sono gli artisti del periodo secessionista come Egon Schiele e Gustav Klimt ed il mio grande amore poi è Vincent Van Gogh; questo è il periodo storico ed artistico che mi ha sempre incuriosito maggiormente. Non faccio le gocce perché guardo a Pollock però con questa tecnica è partita la mia ricerca e poi sono andato oltre nella sperimentazione. Adesso non uso più la tela ma quasi esclusivamente carta e cartoncini e utilizzo il colore senza pennello, schiacciandolo in vario modo sul supporto.
Ho notato che ogni opera porta il titolo di una canzone degli anni 80 e 90. Che rapporto c’è tra le Sue opere e la musica? E quanto è importante per Lei la musica per la creazione di un’opera? 
Attualmente la canzone preferita è’ “Enjoy the silence” perché preferisco creare senza sottofondo musicale. La musica è sempre stata importante e presente nella mia vita, rimpiango di non aver mai imparato a suonare. In questi mesi ho fatto una serie di opere abbinandoli a titoli delle canzoni della New Wave anni 80 ed al periodo storico che ho vissuto di più e al quale sono più affezionato, che mi ha cambiato la vita. Anche sui social ho postato sia il dipinto sia il link alla canzone per potersela riascoltare. Le canzoni anni 80 sono quelle legate ad un periodo importante per me lavorativamente, a livello emotivo e di vita. La musica, il mio lavoro, come ero io era tutto mescolato, producevo molto mentre ascoltavo musica tempo fa, ora invece, preferisco il silenzio, mi godo proprio il silenzio.
Ancora sugli anni 80 e 90 che stanno “ritornando di moda”... che importanza ha avuto questo ventennio nella società e nel Suo mondo? 
Gli anni 80 con la New Wave per me sono stati davvero un periodo di euforia creativa e personale e ogni canzone è legata ad un ricordo. In generale ho sempre ascoltato tantissima musica e senza la musica non sarei quasi nemmeno io perché è sempre stata una grandissima passione anche se ho concentrato tutti i miei sforzi sul disegno che per me era davvero un’esigenza molto forte. Quello che faccio non è un lavoro è un modo di essere. Non si tratta solo di disegno ma si tratta anche di vedere cosa c’è attorno, l’interessarsi a quello che succede nel mondo e tener vivo l’interesse su quello che ci circonda, è tutto collegato. Poi sono sempre stato curioso: ritornando alla musica, per esempio, non ascoltavo solo una canzone o un disco dovevo sapere tutto su quel gruppo e sul momento in cui avevano creato quel pezzo o che avevano registrato quell’album… Bisogna essere curiosi di tutto perché tante cose poi tornano utili in momenti inaspettati e possono ispirarti in quello che fai.
Ritorniamo all’inizio di questa intervista, al Suo percorso da fumettista in Bonelli ed ora al Suo Io attraverso queste opere. La mostra si intitola Di-Segni... disegni ma anche segni. Il disegno del fumettista che si trasforma in segno d’artista... Che rapporto esiste nel Suo lavoro tra il bianco e nero (tipico del mondo del fumetto) ed il colore? 
Ho sempre utilizzato il bianco e nero per lavoro. Nei pochi lavori che ho realizzato a colori ho sempre avuto libertà. Nelle opere che creo c’è sempre un movimento del polso quando posiziono il colore che volendo può esser considerato un punto di continuità con il tratto della matita del fumettista. Un collegamento c’è ma il colore è la cosa che mi permette di rompere la rigidità del segno e del bianco e nero. Mi sono ritrovato ad usare anche tonalità che non avrei mai pensato di poter usare. Non mi è mai piaciuto il rosso ma nelle opere che sono presenti in mostra e che ho realizzato in questo ultimo periodo c’è una grande predominanza del rosso. È una cosa che non so spiegarmi del tutto: quando realizzo queste opere è come se quasi fossi un’altra persona e cambio prospettiva rispetto a quello che devo fare durante il mio lavoro di fumettista. Con queste opere fuoriesce quello che molto probabilmente prima, in altri contesti, faticava ad emergere. Un modo di approcciarmi diverso che porta risultati diversi.
Le sue opere sono molto materiche... Secondo Lei le sovrapposizioni di colore cosa aggiungono e cosa tolgono a Lei ma anche a chi osserva le Sue opere?
Mi interessa molto la matericità, in certe opere che si potranno vedere dal vivo il colore è in rilievo perché trovo che sia un effetto che appaga le mie esigenze e c’è una continua attenzione nel cercare di creare il giusto abbinamento di tonalità ed anche di dare una profondità attraverso la sovrapposizione del colore. In genere non mi piace spiegare le mie opere o il mio lavoro. Dopo il lockdown ho voluto fare una piccola esposizione a Mombercelli perché ero curioso di vedere come venivano recepite queste opere. Ho ascoltato i commenti delle persone che osservavano i miei quadri e devo dire che alcune opere sono state modificate ma questo confronto mi è servito per capire che sensazioni davano e se io ero riuscito a comunicare quello che volevo dire attraverso il colore.
Una Sua opera si intitola Enjoy The Silence come il capolavoro dei Depeche Mode. Come mi descriverebbe a parole il colore del silenzio?
  Direi che il silenzio sia l’insieme di tutti i colori. Il mio rapporto con il silenzio è cambiato: se prima era privazione o disagio e quindi un sottrarre qualcosa a qualcos’altro ora nel silenzio sto bene, cosa impensabile tempo fa. Il silenzio per me è pieno di colori e lo vedo come una cosa bella che mi permette di connettermi maggiormente con me stesso e di creare le mie opere.
Secondo Lei nel periodo storico nel quale stiamo vivendo situazioni del tutto nuove (pandemia, lockdown, distanziamento) in che modo l’arte può aiutare e quali messaggi può comunicare? 
L’arte mi ha aiutato tantissimo in questo periodo, credo che dovrebbe essere maggiormente valorizzata e le persone dovrebbero essere incentivate ad avvicinarsi in vari modi al mondo dell’arte. L’arte se ci pensiamo poi è una delle poche cose che rimangono a testimonianza di carestie, guerre, periodi storici. L’arte è anche sensazione però: guardando un quadro ci si emoziona, ognuno in modo diverso. L’arte è un aiuto per l’uomo e per lo spirito. Purtroppo invece stiamo andando in una direzione opposta, verso un allontanamento delle persone dall’arte: l’arte non va capita, deve suscitare qualcosa. È un mezzo per aprire la mente ed uscire fuori dai soliti schemi, dal solito modo di pensare ed aprirsi nuove possibilità. Non bisogna chiudersi limitandoci all’apprezzare cose che siamo in grado di codificare, bisogna superare i propri limiti per evolvere ed “uscire dal guscio”.

Una action painting dell’anima, quella di Gino Vercelli, che lascia che il colore si posizioni in vario modo sul supporto attraverso il suo gesto che diventa parte integrante dell’opera. Una danza propiziatoria della libertà di espressione, dell’Io e dell’Arte. Il corpo, a differenza del suo lavoro di fumettista, non è rappresentato, ma è parte, corpo in azione e l’opera che ne risulta è solo la traccia finale del gesto eseguito dal corpo. Un approccio non convenzionale che si libera della mediazione del pennello e restituisce dimensione alla creatività vista come impulso ed esigenza di espressione che non ha tempo da perdere con i mezzi tradizionali ma deve subito essere fermata come un attimo fugace. La rottura degli schemi sta anche nell’approccio al supporto e al cosa viene rappresentato: Gino Vercelli non vuole più qualcosa che può essere codificato e non vuole che ci sia un elemento che cattura immediatamente l’occhio, per intenderci il soggetto principale di un dipinto tradizionale. Sul supporto non c’è una gerarchia di segni ma è un tutt’uno, un movimento che riempie lo spazio vuoto di colore e di materia. Non c’è un centro o una periferia e il nostro occhio si perde come in un labirinto se non abbandoniamo l’estetica tradizionale per approcciarci in maniera nuova ad un astrattismo indicale che non contiene in nessun modo immagini riconoscibili di oggetti o individui. Gino Vercelli abbandona le icone protagoniste dei suoi fumetti e li sostituisce con indici che hanno un solo punto in comune con il mondo figurativo: il luogo in cui prendono vita.
Le opere di Gino Vercelli sono visibili nella personale “DiSegni e colore” presso il Salone Riccadonna a Canelli dal 16 ottobre al 1 novembre (venerdì, sabato e domenica dalle ore 10.30 alle ore 12.30 e dalle ore 16 alle ore 19). Ingresso libero nel rispetto delle misure anti Covid.
BIOGRAFIA
Gino Vercelli nasce il 17 giugno 1961 a Mombercelli (AT). Si scrive all'Istituto Statale d'Arte che termina nel 1978 diplomandosi Maestro d’Arte. Dal 1981 al 1988, alterna l'attività di grafico pubblicitario alla realizzazione di brevi storie per “Boy Music” della Rizzoli, per la “Edifumetto” di Renzo Barbieri e per “Lancio Story”. Il suo esordio alla Sergio Bonelli Editore avviene tramite lo “Staff di If” nel 1988, quando realizza la storia “Operazione Godzilla”, per il quadrimestrale “Zona X”. Nel 1989 entra a far parte del gruppo di disegnatori di Martin Mystére . Nel marzo 1996 pubblica lo speciale “Prigioniero del futuro” dove Martin Mystére incontra Nathan Never, seguito nel 2001 dal secondo speciale intitolato “Il segreto di Altrove”. Suo è il primo numero di un nuovo personaggio della Sergio Bonelli Editore uscito del 1999 chiamato “Jonathan Steele”, a cui collabora sino alla chiusura della serie. Passa poi alla testata “Nathan Never”, successivamente disegna la mini-serie “Dipartimento 51” e poi “Dampyr” e “Zagor”. E' uno dei fondatori della Scuola di Fumetto di Asti per la quale ha curato il libro “Musica e Nuvole, le canzoni di Paolo Conte a fumetti” . Con il giornalista Armando Brignolo ha realizzato il libro a fumetti “Van Gogh, ipotesi di un delitto“ per Daniela Piazza Editore. Nel 2015 fonda una propria compagnia teatrale chiamata “Roccaroiu” dove si cimenta sia come regista che come attore, portando in scena spettacoli originali legati alle tradizioni del territorio dove vive oppure su tematiche sociali. Dal 2018 insegna Fumetto e Illustrazione presso l’Accademia di Belle Arti di Cuneo, nelle succursali di Asti e Milano. Parallelamente al fumetto porta avanti anche una propria ricerca pittorica informale sui colori esponendo le proprie opere sia in mostre collettive che personali in Asti, Canelli, Milano, Firenze e in Svizzera.
Contatti:
Cell. 336 484114
Email: gino.vercelli@gmail.com
Fb: ginovercellico-s-micart
www.ginovercelli.it
Instagram: ginovercelli

14/10/2020

Paola Doria

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