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Giornale on line registrato al Tribunale di Pavia n. 2/2016

LA LUNA & OTHER STORIES

Foto LA LUNA & OTHER STORIES

OPINIONI

Chi si ricorda il gruppo musicale francese degli AIR, in voga quasi due decenni fa? Ho appena finito di vedere per l’ennesima volta “Voyage dans la Lune” di Georges Melies con la colonna sonora, un po’ stramba per la verità (sono abituata alla classica musichetta da film muto) composta da loro nel già lontano 2011. Sì, perché il tempo vola letteralmente: sembra passata una frazione di secondo ed invece sono ben 50 anni, mezzo secolo dall’allunaggio. L’America ed il mondo intero, quel lontano 20 luglio 1969, ha guardato da un finestrino quadrato, quello delle tv, quello che accadeva a uomini che guardavano da finestrini rotondi la nostra Terra, da un’altra prospettiva e si apprestavano a rischiare il tutto e per tutto per raggiungere quello che si pensava utopia. Erano anni di grandi speranze, di sogni, di determinazione e di progresso: passi giganti dal punto di vista scientifico e tecnologico si sono concentrati in pochi anni per permettere all’Umanità di compiere la famosa camminata sul suolo lunare. Richard Nixon promise la Luna e riuscì letteralmente a mantenere la promessa. L’Apollo 11, prima del suo ritorno sulla Terra lascia una targa in acciaio inossidabile sul silenzioso suolo lunare. “Qui uomini dal pianeta Terra – recita – posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, a nome di tutta l’umanità”, firmata dai tre astronauti della missione (Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins) e dal presidente Nixon. “Abbiamo deciso di andare sulla luna – diceva Kennedy nel suo celeberrimo discorso - Abbiamo deciso di andare sulla luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese, non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre”. L’uomo è andato sulla Luna, è riuscito a valicare quel confine e a superare se stesso. E da qui iniziano le diverse missioni lunari per studiare la sua conformazione fisica. L’ultimo uomo a mettere piede sulla Luna fu Gene Cernan nel 1972 (14 dicembre) con la missione Apollo 17. Poi della Luna non se ne parlò più per un po’. La Luna è divenuta triste, come suggerisce uno dei più begli articoli che io abbia mai letto (“Ma tu, pallida Luna, perché sei così triste?” intervista immaginaria con la Luna a cura di Mariella Sansone sulle pagine di uno speciale di “Quattroruote” dell’epoca, che lascio in foto qui sotto e che chi ha la vista buona e un po’ di pazienza può leggersi). È crollato il mito della Luna: irraggiungibile, inafferrabile, simbolo della vastità al quale l’uomo, guardando il cielo, confida le sue speranze e le sue tribolazioni. Per un attimo la Luna ha tremato, ha avuto paura di non conservare quell’alone di mistero che la caratterizza, che da sempre accompagna le passeggiate notturne degli innamorati che si promettono amore eterno alla sua morbida luce e che da secoli ispira i poeti di ogni dove. Ma ora la Luna è più serena perché dopo quel periodo dorato ed illuminato, l’uomo non ha più messo piede sulla Luna. Non ha più avuto contatto diretto con lei ma la studia minuziosamente con telescopi e altri aggeggi tecnologici come su un vetrino di un microscopio. Un sogno ha lasciato posto ad altri sogni e ad altri traguardi da raggiungere. Ma il sogno non è stato dimenticato. Il sogno è vivo nei cuori di coloro che lavorano per rendere i traguardi possibili. È vivo anche negli animi dei bambini che sognano di fare l’astronauta. È vivo negli occhi di chi guarda al cielo e si chiede quante meraviglie che non conosciamo l’universo nasconda. L’andare sulla Luna ha tirato fuori la parte migliore, la più determinata, la più fanciullesca (e quindi più pura) di ognuno di noi. Questa è l’umanità che merita la vita, questa è l’umanità che deve prevalere ad ogni costo, questo è quello che dobbiamo lasciare ai posteri. Ma nonostante la Luna sia là solitaria e non sia più “turisticamente accessibile”, quei viaggi ci hanno fatto capire che nonostante le conquiste, nonostante le innovazioni e i traguardi raggiunti, ovunque vada l’uomo, anche nel più lontano posto di questo universo, avrà in mente solo una cosa: casa. Casa come affetti, come le cose davvero importanti nella vita, come felicità. Eugene Cernan, prima di lasciare il suolo lunare traccia il nome di sua figlia Tracy con la sabbia. “Le sue iniziali sono là – affermò Cernan in un’intervista – Qualcuno mi ha chiesto quanto ci resteranno e io ho risposto: per sempre. Non so quanto duri “per sempre” ma non c’è vento, non c’è pioggia, non c’è nulla che possa, eccetto la radiazione cosmica, spazzare via quelle iniziali. Per sempre a meno che qualcuno vada là e le cancelli”. Questo episodio del nome della figlia scritto sulla Luna mi ha sempre commosso. Tracy Cernan è l’unica che può vantarsi di avere il suo nome inciso nella sabbia lunare. È l’unico nome che ha valicato i confini terrestri. Tracy è però anche il simbolo di un uomo che conserva gelosamente i suoi affetti, del suo coraggio e della voglia di spingersi oltre i limiti. Tracy è quello che ci fa vivere ogni giorno: il fatto di essere importanti per qualcuno. E quindi siamo un po’ tutti Tracy anche se non abbiamo il nostro nome sulla Luna. Fly me to the moon and let me play among the stars...

18/07/2019

Paola Doria

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